Se siete qui vuol dire che avete tempo da perdere o problemi affettivi...in entrambi i casi siete i benvenuti!
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Nome: Gordon Cunningham
Chi sono? Bella domanda, tra qualche decennio ne riparliamo!
"Conosci te stesso!!!"
...anche se dal punto di vista psicosocioaffettivo e moralpsichicointellettuale posso classificarmi come un individuo molto lunatico, di carattere variabile, non particolarmente spigliato (timido credo sia il termine più corretto),ironico e temo non del tutto sano di mente. Insomma: un perfetto abitante di questo spettacolare pianeta!
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Ah, mi sono accorto adesso degli auguri!
Grazie! eh, passano gli anni... :-)
Chi devo ringraziare per gli auguri?
Ciao!
Ciao... è da un po' che non mi faccio sentire. La verità è che ormai vivo 6 giorni a settimana a Vr, e non ho internet nel mio appartamento. In più tra esami, sbattimenti per i documenti e per trovare un relatore per la tesi non mi avanza molto tempo. Per il momento è così... può darsi passi parecchio tempo prima che abbia il tempo (e la voglia) di aggiornare il blog. Vedremo... ciao!
È ormai sul ponte, e non ha ancora incontrato anima viva. È parecchio sorpreso dal fenomeno. Finalmente vede in lontananza due fidanzatini che procedono sul lungofiume opposto alla sua direzione. “Hallelujah, forme di vita intelligente…” mormora il nostro. Ultima via per arrivare a casa. Canzone: “Can’t Find My Way Home” dei Blind Faith. Questa strada è più frequentata: un ubriaco cronico, due immigrati che ridacchiano uscendo da un portone, una vecchietta che dio solo sa come ci faccia ancora in giro. Arrivato. Chiavi. Portone. In lontananza, vicino a ponte “…” sente le campane di una chiesa suonare la mezzanotte. “Another day, another death, another sorrow, another breath…” viene da pensare al nostro, con un sorrisetto ironico (La frase è un verso di “No Remorse”, ancora dei Metallica). “Dio bono, che cerebrolesi…”. Sale le scale. Stavolta accende la luce. Terzo piano. Apre la porta. Entra. Chiude. Si pulisce le scarpe bagnate sullo zerbino. Due mandate. Appende la giacca umida allo schienale di una sedia. Si libera di portafoglio e cellulare. Lo spegne. Musichetta idiota della Motorola, con tanto di lucine multicolori a sottolinearne l’entrata in letargo. Il nostro accende il notebook. Mentre si carica, apre leggermente vetri ed imposte di una finestra. Uno sbuffo d’aria fredda lo fa rabbrividire. Si siede al tavolo. Digita la password. Musichetta di benvenuto. Apre iTunes, e subito dopo un file di Word intitolato “Racconto”. Seleziona “Black” dei Pearl Jam dalla libreria di iTunes. Abbassa al minimo il volume. Camera che inquadra il sorriso dell’eroe, mentre scrive un paio di frasi nell’ultima pagina del file selezionato:
“L’eroe salva il file. Rimane qualche secondo a fissare il vuoto. Si alza, si spoglia e appoggia i vestiti piegati alla spalliera della sedia su cui era seduto. Si affaccia alla finestra. Alza lo sguardo verso il cielo. In sottofondo prosegue la canzone. Sorride.
Sheets of empty canvas, untouched sheets of clay
Were laid spread out before me as her body once did
All five horizons revolved around her soul
As the earth to the sun
Now the air I tasted and breathed has taken a turn
Ooh, and all I taught her was everything
Ooh, I know she gave me all that she wore
And now my bitter hands chafe beneath the clouds
Of what was everything
Oh, the pictures have all been washed in black, tattooed everything...
I take a walk outside
I'm surrounded by some kids at play
I can feel their laughter, so why do I sear
Oh, and twisted thoughts that spin round my head
I'm spinning, oh, I'm spinning
How quick the sun can, drop away
And now my bitter hands cradle broken glass
Of what was everything?
All the pictures have all been washed in black, tattooed everything...
All the love gone bad turned my world to black
Tattooed all I see, all that I am, all that I'll be...yeah...
I know someday you'll have a beautiful life, I know you'll be a star
In somebody else's sky, but why
Why, why can't it be, why can't it be mine.”
Si avviano. Inquadratura dall’alto dei nostri che si dirigono nuovamente verso la piazza. Sottofondo: “Take it Easy” degli Eagles. Il cielo sembra essersi rischiarato, ma il vento è pungente, e i nostri si stringono infreddoliti nei cappotti. Tempo pochi minuti e sono davanti alla macchina di L.
L.: “Grazie mille, davvero!”
Eroe, J. e D.: “Figurati”
“…ci vediamo domani, ciao!”
Eroe: “Se riesco ad alzarmi, volentieri…”
“Dai, dai! Ciao, e grazie ancora!”. L. parte.
Eroe: “Ok, tu J. dove l’hai messa la macchina?”
“Nel parcheggio “…”dove la mette anche D. di solito…”
D.: “Sì, in effetti è lì anche la mia… bene, così andiamo assieme”.
Eroe: “Vi accompagno fino in piazza, poi io taglio per via “…”.
“Ottimo, andiamo”. Si incamminano. Per strada non c’è assolutamente nessuno, nonostante siano solo le 23.37 e sette secondi. I nostri impiegano pochi minuti per arrivare nella piazza. Si salutano: l’eroe prenderà a sinistra, mentre D. e J. proseguiranno dritti, fino al parcheggio poco distante.
J.: “Fratello, ci si becca domani!”
“Certo! Buona nanna! Ciao D., fai il bravo, nè!”. Inquadratura delle strette di mano.
“Ceeerto! Ciao!”
“Ciao raga!”. Si separano. Il nostro si stringe nelle spalle. Il freddo si fa sentire. Procede spedito, ansioso di arrivare a casa, al caldino. Canticchia a voce bassissima “Jump in the Fire” dei Metallica. Due giorni prima si è sorbito più di ore di un concerto dei suddetti, un dvd masterizzatogli dal cugino, tratto dal costosissimo box set “Live Sh*t,, Binge & Purge” del 1993. Il nostro c’è rimasto sconvolto. “Per carità, tecnica a pala, e Kirk Hammett è un prodigio alla chitarra, ma dio bono, come fa uno ad andare ad un concerto come quello e a rimanere serio? Tutto il pubblico strafatto a spintonarsi, a buttarsi per terra, a fare il ditino alzato alla telecamera, a cacciare fuori un metro e mezzo di lingua nel fare le boccacce, a urlare Fuck di qua e Motherfucker di là. Ed i testi: apocalittici. Morte, distruzione, piaghe bibliche…” (non scherza: Creeping Death è sulla piaga che uccide il figlio del faraone). “…e poi tutta quella teatralità per sciroccati e disadattati: espressioni da barbari, sputacchi di qua e di là, urla disumane…” Il bassista ha passato i ¾ del concerto a muovere la testa su e giù facendo mulinare la folta capigliatura, che il nostro si è stupito che alla fine delle due ore e trenta di casino, la capoccia non gli sia rotolata giù dal collo. A proposito del bassista, il paladino ha spento il dvd quando il suddetto ha pensato bene di fare il figo mimando il passo dell’oca dei soldati nazisti, e salutando con braccio e palma tesi. Il nostro (che per dire la verità ha praticamente tutti i dischi del gruppo,) ci è rimasto schifato. A sua discolpa, diciamo che non ha dischi di altri gruppi Heavy Metal. Solo qualcosa di masterizzato di Blind Guardian e Iron Maiden, che non ascolta mai. “Musica per decerebrati, se la si prende veramente sul serio!”. Non possiamo dargli totalmente torto. Il nostro affretta ancora il passo: la temperatura è scesa nuovamente. Il cielo però è sgombro, e il nostro eroe cammina per qualche metro col naso all’insù, ad osservare le numerose stelle visibili.
Il nostro finisce la birra, e va prontamente a procurarsene un’altra (non senza prima aver domandato se qualcuno voleva un secondo drink). Canzone nel locale: “The Bitter Ende” dei Placebo. Torna con una pinta di rossa.
J.: “Cos’è?”
“Kilkenny. Molto meglio della Beamish Red, anche se perde nei confronti della McFarland’s…”
“Sì, vero, quella è strabuona!”
“Io adoro le rosse!” e si sapeva… “Cioè, sono indubbiamente le migliori…”
“Concordo”. Uh, fanno proseliti! “Un po’ più amare, ma si bevono stravolentieri!”
“Yeah”. Camera che passa ad inquadrare D.
“Sentito oggi il cavaliere?”
Eroe: “Che minchiata ha sparato ancora? Che la sinistra porterà anche le cavallette, i mosconi e le altre piaghe d’Egitto?”
“Più o meno…”
“Ma che varietà!”
J.: “Quando schiatta, che almeno ci libera della sua stupidità?”
“Ma no, povero nanetto psicotico! Ci mancherebbe un po’ di divertimento poi, sicuro!”
L.: “Questo è certo. Ma comunque anche la sinistra non mi sta facendo impazzire…”
Eroe: “No, neanche a me. Con la maggioranza (tra virgolette) che hanno, è un casino. In più, continuano a begare tra loro come delle vecchie zitelle, quindi figurati!”
J.: “Sì, anch’io mi sto disinnamorando della politica, con stò schifo…”
Risata del protagonista: “Vacca dì, J., parli come se avessi passato i sessanta!”
“No, ma è vero, alle superiori ero più interessato alle questioni di carattere politico… ora…”
“Allora eri giovane e ingenuo… ora invece non hai più inutili illusioni...”
“Eh, già, ora sono invecchiato e sono un materialista negativo…”
“Ah, è colpa di questa pazza società postmoderna… non trovate?”
Assensi. Risatine. Continuano i discorsi sul cazzeggio-andante. Sommersi dalle fragorose canzoni diffuse dall’impianto d’amplificazione della sala: “Phantastica” dei Verdena; “Born to be Wild” degli Steppenwolf; “Illumination” della Rollins Band; “Too Bad” dei Nickelback; “Digging the Grave” dei Faith No More.
L.: “Io è meglio che vada… se no alzarsi domani mattina diventa un bel problema…”
D.: “Sì, hai ragione…”
J.: “Proprio te, che doma te ne stai a nanna fino a mezzogiorno…”
“Ma no, era partecipazione per la triste situazione di L.”
J. ed eroe: “Ah, allora!”
Si mettono le giacche. Escono. Prima J. “Ottimo, ha smesso. Così almeno nel tornare alla macchina non la prendo…”
Eroe: “Spetta a dirlo, non sei ancora arrivato…”.
“Cazzo, c’hai ragione… zitto che è meglio…”.
L.: “…ok, io vado… a domani…”
Eroe: “Ma no, ti accompagniamo!”
J.: “Certo! Tanto sia io che D. dobbiamo comunque andare da quella parte…”
“Grazie allora…”.
“Certo, certo!”
“Beh, allora, a te interessa la canzone trash italiana anni ’80, giusto? A me e a Jimmy interessa il rock. Dunque, se vuoi ti faccio l’elenco dei cantanti ed artisti… non che hanno fatto uso di droga, questo praticamente tutti, ma che hanno pubblicato canzoni sulla droga. Allora: Lou Reed, Iggy Pop, David Bowie, i Rolling Stones, i Beatles, i Led Zeppelin, Alice in Chains, Nirvana,…”
J.: “Jimi Hendrix, tutti I gruppi punk o quasi, I Doors,…”
“Pearl Jam, Queens of the Stone Age, Patti Smith, Nick Drake in un certo modo…”
“Ramones, Guns ‘N’ Roses, Red Hot Chili Peppers,…”
“Steppenwolf, gli Who, eccetera eccetera. Inoltre l’argomento mi interessa in sé, dal punto di vista chimico-fisico, e come fenomeno sociale. Lo trovo appassionante. Cioè: si parla delle alterazioni mentali della psiche umana, più o meno accentuate, e più o meno differenti, a seconda della sostanza, della dose, eccetera…”.
D. con la bocca spalancata e la mascella cascante: “Non mi diventerai un fattone!”
“Ma fottiti! Il mio è un interesse esterno… voglio dire: c’è gente che si diverte un mondo ad andare sui siti internet sui quali sono pubblicate le foto di persone crepate per un incidente motociclistico, o che si sono sparate in bocca con una 45… (a parte che a me viene da vomitare solo a sentirne parlare...), ma per quanto sia un interesse macabro e triste, non credo che questi necrofili vadano in giro ad accoppare la gente… Ripeto: a me interessa la droga da un punto di vista che non corrisponde a quello del drogato: non m’ interessa provare o cazzate di questo genere. Parto dal punto di vista “letterario”: dato che tanti artisti ne parlano, quali saranno le conseguenze del suo uso? Quali le differenze rispetto a quando si è a secco? …non è una cosa morbosa tipo: come ti si spappolano le cellule cerebrali, o chissà quanto sangue che perdi a forza di iniezioni, eccetera. M’importa soltanto capire per quale motivo una canzone intitolata “In the Garden of Eden” è stata storpiata in “In a Gadda da Vida” durante un acid trip, come è riuscito Coleridge a scrivere Kubla Khan mentre era strafatto di oppio (prescrittogli dal medico, eh!), come le sensazioni derivanti dall’uso di stupefacenti sono descritte da cantanti e scrittori. È una sorta di attrattiva simile a quella di Baudelaire, quando scriveva i “ Paradisi Artificiali”. L’unica insignificante differenza, è che lui fumava hashish come un turco, mentre io il massimo che ho fatto è stato farmi tre o quattro canne in tutta la vita. Cioè, spero di essermi fatto capire… Trovo affascinante cercare di documentarmi su come si vede il mondo subito dopo un viaggetto psichedelico, capire quanto hanno influito le sostanze psicotrope sui capolavori della Beat Generation, e perché no, conoscere le differenze di reazioni causate dalle diverse tipologie di stupefacenti: oppiacei, acidi, droghe sintetiche, eccetera eccetera. Tutto qua. Perché, nessuno di voi trova neanche lontanamente interessante l’argomento?”
L. annuisce, non troppo convinta. J.: “Sì, non posso dire di essere un appassionato, ma è interessante…”. D. dissente decisamente: “A me invece fa solo senso…comunque ho capito…”.
D.: “Ah, tornando al film, allora è quello sul Vietnam, giusto?”
“Right, mio drugo!”
“Eh?!”
“No, è una battuta di Arancia Meccanica. È pieno zeppo di neologismi e particolarità sintattico- fonetiche nell’ambito del discorso parlato…”
“Ah, interessante…”
“No, veramente! Alcune fanno morire!”
L.: “io di Kubrick ho visto invece Shining, vabbè, e poi 2001 Odissea nello spazio e Eyes Wide Shut…”
Eroe: “Io di Eyes Wide Shut ne ho visto un pezzo, ma mi sembrava un rompimento unico. Sarà che non l’ho visto dall’inizio, o che Tom Cruise non lo posso soffrire, ma…”
“No, anche a me non è piaciuto per niente…”
“E invece 2001 Odissea nello spazio? …dovrei troppo vedere anche quello…”
“Quello è già meglio. Non esattamente il mio genere, ma da vedere”.
“Lo farò”.
Canzone dagli altoparlanti incastonati nel muro: “When I Come Around” dei Green Day.
J.: “Io invece ultimamente ho visto un film che m’è piaciuto parecchio: Trainspotting…”
L. e eroe: “Figo!”.
L.: “è piaciuto tantissimo anche a me. A volte un po’ crudo, ma bello. Interessante e divertente”.
Eroe: “Vero. Si vede che è stato fatto con passione, cazzo! Ti accorgi quando un film, che già di per sé parte da uno script eccellente, è stato prodotto con cura. Si nota: tutti i minimi particolari combaciano alla perfezione… è spettacolare!”
J.: “Sì, poi anche la musica… chi c’è: Iggy Pop, Lou Reed…”
“Blondie, Underworld, i pezzi di musica classica… non so neanche cos’è: la Bohème… no?”
“Non ne ho la minima idea…”
D.: “Ma è il film sui tipi scozzesi drogati?”
“Sì, con Ewan McGregor, e poi quell’attore che è stato anche il protagonista di Full Monty… non mi ricordo il nome, ma è un grandissimo… anche se a dir la verità a guardare questi film in lingua originale io personalmente faccio una fatica boia a capirli. Cioè, parlano strettissimo: l’accento scozzese poi è rozzo… Prrrrroud to be scottish!” profferisce il nostro imitando l’idioma di Edimburgo e paraggi.
L. ride: “Vero, non è molto musicale come pronuncia…”
D.: “…e ricordate, che lo scozzese è una lingua rotica. A differenza dell’ R.P. English”.
J., L. ed eroe: assieme: “Attenzione: rotica, non erotica!”. I tre scimmiottano il professore di “…”, che adorava ripetere questa fulminante battuta durante la spiegazione in classe. Canzone: “Heroin” dei Velvet Underground. Camera in centro al tavolo, che si sposta a turno sui parlanti.
D.: “Ma perché vi interessa questo film? Cioè, non fa un po’ senso vedere stì tipi che si fanno le pere?”
L.: “Beh, a volte è un po’ forte, ma non è solo ed esclusivamente sulla droga… è interessante ma anche parecchio divertente…”
Eroe: “Sì, cioè, la dipendenza dall’eroina è il tratto conduttore di buona parte del film, ma non è solo questo, anzi! Se vuoi vedere un film che sembra un documentario su droga e dintorni, devi vederti Christiane F.: Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, del 1981. Quello con la colonna sonora di David Bowie. Cazzo, quello è veramente crudo!”
J.: “Sì, visto. Dio caro, quello picchia veramente…”
L.: “Io ho letto il libro anni fa… mi ricordo che ero una ragazzina, e c’ero rimasta scioccata…”
Eroe: “Vacca dì, immagino! Il film è fatto bene, sembra quasi un documentario… di sicuro non è una pellicola d’intrattenimento… cioè, ci sono certe scene che se hai lo stomaco debole o sei facilmente impressionabile, è meglio se eviti direttamente di guardarlo…”.
J.: “Già. Ti colpisce perché sembra vero, non una fiction o una storiellina romanzata…”.
D.: “Boh, ma come mai questo interesse per la droga?”
Eroe: “Curiosità. Poi sai…” ed assieme a J.: “Sesso, droga e rock ‘n’ roll!”.
È composto da due piccole sale, la prima a livello della strada, mentre per accedere alla seconda, dove si trova il bancone, è necessario scendere alcuni scalini. Il luogo è suggestivo: dappertutto arredi tipici da pub: specchi, poster, immagini varie che pubblicizzano birre e whiskies, dietro il bancone un fiorire di bottiglie e alcolici di ogni tipo. Ai muri sono appesi alabarde, archibugi, ed altri generi di ferraglie e anticaglie. Ma il pezzo forte del locale è accanto all’ingresso: si tratta nientemeno che di una ghigliottina addossata alla parete, dall’aspetto sinistro e che dà l’impressione di essere tuttora funzionante. I nostri si accomodano su delle confortevoli sedie in stile rustico, disposte attorno ad un tavolino traballante di legno massiccio, sulla superficie del quale si possono leggere, intagliate, le scritte più varie: dal numero della tipa che fa i pompini gratis, alle dichiarazioni d’amore tipiche degli ubriachi marci, dalla massima in inglese maccheronico alla volgarità gratuita. L’atmosfera è oscura ma non opprimente, merito delle fioche luci indirette, e delle moltissime candele sparse nei luoghi più impensati. Le casse alle pareti trasmettono “Fiesta” dei Pogues. L’eroe nota che proprio davanti ai suoi occhi, in una nicchia incassata nel muro, si trova un teschio che pare vero, utilizzato come candeliere. “Che idea carina…” bofonchia sorridendo. I nostri si scambiano un po’ di opinioni riguardo al tempo, aspettando J., prima che l’eroe, un po’ scazzato, domandi agli altri cosa prendono. “Comincio ad andare a prendere da bere per noi, prima che ci caccino fuori a calci… allora, che prendete?”
L.: “…succo di frutta all’ACE, grazie…”
“Io una birra… piccola però, che devo guidare…”
“Quale?”
“Boh, è mica qua che fanno quella con il succo di mirtillo?”
“Sì. La Beamish. Ottima scelta. Me ne faccio una anch’io. Ok, vado e torno”. E si avvia verso il bancone. Si accorge che loro tre sono gli unici avventori, tranne un tipo lungo e allampanato con una coda da cavallo, quindici orecchini per orecchio, e un tatuaggio a ragnatela alla base del collo, che sta sorbendo una birra scura con la testa china. Inquadratura laterale del nostro, mentre si appoggia con nonchalance al bancone, e ordina le bevande con aria annoiata e bohemienne. Vengono prontamente servite dal barista calvo, grosso e tatuato. L’eroe paga, prende il resto, e con rara maestria riesce nell’impresa di portare i tre drinks a destinazione senza rovesciare neanche una singola goccia.
“…ecco qua… i signori sono serviti…”
“Grassie!”
“Grazie carissimo”.
“Ma le pare!”
I nostri hanno appena incominciato a sorbire le bevande, che una figura fradicia si fionda all’interno del locale. Inquadratura stretta sul volto del nuovo venuto. J.
“Ciao roccia!”
“Ciao eroe, ciao a tutti!”
“Vacca dì, hai preso un po’ di acqua…”
“Guarda, stà zitto… fino a pochi minuti fa stava piovigginando, e in un attimo ha cominciato a venir giù un temporale bestia… cioè, in tre minuti, tempo di correre dalla piazza fino a qua, mi sono fatto la doccia…”
“Dai, dai, che l’igiene è importante!”
“Eh, già! Vero, vero!”
“Devo andare a prenderti un tè caldo, o gradisci un brandy per rinfrancarti?”
“No, tranqua, mi faccio un caffè e una birretta e sono a posto. Poi alla fine sono riuscito a bagnarmi solo la giacca, e poco il fondo dei pantaloni… i capelli sono quasi asciutti perché ho tirato su il cappuccio del giaccone”.
D.: “Se lo dici tu…”
L.: “Sicuro che non vuoi niente di caldo?”
“No, no, grazie raga, ma va benissimo! Vado a prendermi il coffee e una cerveza…”
“Che maestria linguistica, J.!”
“Lo so, lo so, modestamente…”.
La canzone trasmessa dalle casse nel frattempo è cambiata: si tratta di “Waterloo” degli Abba. L’eroe reprime una smorfia. “Che stracazzo c’entrano stì danesi del caspio con un Irish pub?” pensa. J. torna con la birra. Dopo pochi istanti il barista gli porta anche il caffè. Si continua a parlare di sciocchezze. Il nostro si sente in dovere di mettere a parte gli altri componenti dell’esclusivo circolo, della scoperta artistica del film di Kubrick visto nel pomeriggio. Risparmio tutta la pappardella (già riportata peraltro) delle sue riflessioni sulla pellicola, che decide di condividere con l’allegra brigata. Si comincia quindi a parlare di cinema.
“Boh, io di Kubrick prima avevo visto solo Shining e Full Metal Jacket…”
D.: “Spetta, Full Metal Jacket l’ho già sentito… qual è?...”
Il valoroso protagonista invece di rispondere si cava dalla tasca il telefonino (inquadratura delle dita del nostro che selezionano il frammento audio), e fa partire la tiritera del monologo più famoso del film (che suona più o meno così): “chi ha parlato? Chi cazzo ha parlato? Chi è quel lurido stronzo pompinaro checcha comunista che ha firmato la sua condanna a morte? Ah, non è nessuno, eh? Scommetto che è stata la fatina buona del cazzo! Vi ammazzo a forza di ginnastica, vi faccio venire i muscoli al buco del culo!”.
Risate generali.
L.: “Ma dove l’hai presa questa suoneria?”
“Me l’ha passata il moroso di mia sorella… figurati che lui ce l’ha come avviso di chiamata. Ti racconto un aneddoto: un giorno era a lezione in università…”
“No!”
“Giuro, quando me l’ha raccontata mi sono sbellicato… era l’ultima ora della giornata, lui era stanco morto, e durante il cambio dell’aula dopo la lezione precedente, aveva acceso il cellulare penso per fare uno squillo a mia sorella. Niente, si dimentica di spegnerlo, o pensa di aver messo silenzioso. Dopo qualche minuto dall’inizio della lezione, mentre il professore sta spiegando nel silenzio generale, si sente “Chi ha parlato? Chi cazzo ha parlato?”. Il profe smette di spiegare e scruta con occhi di bragia gli studenti. Gli studenti si fissano l’un l’altro basiti. Il moroso di mia sorella calmissimo che si volta anche lui come gli altri. Tempo qualche secondo e il professore si rimette a far lezione. Lui aspetta qualche minuto, poi facendo finta di dover prendere un fazzoletto di carta dallo zaino riesce a spegnere il telefonino prima che qualche amico pensi bene di chiamarlo…”
J.: “Stragrande!”
“E gli è andata bene che è stato uno squillo breve! Ti immagini se arriva al pompinaro e oltre?...”
Risate.
“Ciao vecchio!”
“Salve! Temevo di non trovare ancora nessuno…”
“Ah, mi spiace, ma il primo posto è il mio”.
“Pazienza”.
“…adesso arriverà L…”
“…e poi dovremo aspettare J. almeno per una mezz’ora…”
“beh, no, gli mando un messaggio per dirgli dove siamo, e ci raggiunge lì… che a lui non cambia niente, e noi evitiamo di romperci le gonadi ad attendere sotto questa pioggerellina infida e bastarda…”
“Saggia trovata. E se and…”
“’spetta, messaggio…”. L’eroe prende il cellulare. “J… è in ritardo… se lo aspettiamo qualche minuto…strano”
“Davvero!”
“Aspetto a rispondergli. Vediamo se arriva L. nel giro di pochi minuti, gli dico di raggiungerci in un pub, altrimenti a questo punto lo aspettiamo diretti”.
“Vabbona”.
“Ah, scusa, ti avevo interrotto. Dicevi?”
“Ah, no, se andiamo al “…”… ammesso che sia aperto…”
“Sì, ci sono passato davanti nel venire. È aperto”.
“Ottimo!”
“Chiediamo anche a L., e se per lei va bene, si va lì”.
“Se arriva…”
“Abbi fede!”
“Ceeerto!”
“…in effetti eccola che arriva… miscredente!”
“Dove?...”
“Dritto davanti a te…ok, ora leggermente a sinistra. Ci sei?”
“…ehm, no… ah, sì! Sì, vero, è lei!”
“Ciao L.!”
“Ciao, scusate il ritardo”
Eroe: “…sai che ritardo: tre minuti! Senti, D. propone di andare al “…”…”
“Per me va benissimo! Ma dobbiamo aspettare J…”
“Mi ha scritto che è in ritardo. A questo punto gli dico che ci vediamo direttamente là, così noi iniziamo ad avviarci. Anche perché i ritardi di Jimmy sono difficilmente prevedibili in termini di minutaggio…”
Risata. “Vero, vero, meglio se gli diciamo che lo aspettiamo là!”
“O-cappa!”, ed il paladino scrive in maniera fulminea il messaggio. “Inviato. Andiamo”. Poi, dopo qualche passo (giusto per avviare una qualsiasi conversazione…): “…allora, avete avuto problemi a trovare un parcheggio?”
L.: “no, no, io l’ho parcheggiata dopo la metto di solito… nessun problema”.
D.: “Io l’ho messa in parcheggio “…”, a due passi da qua. Che poi di sera è anche gratis… quindi meglio di così…”
Conversando di sciocchezze, i nostri entrano nella via già percorsa dal protagonista una ventina di minuti prima, cullati dalle note di “Against the Wind” di Bob Seger. Camera frontale che inquadra i visi ed i capelli umidicci dei tre.
Davanti al pub “…”.
“allora, che famo, entriamo?”
L.: “Beh, sì, anche perché star fuori a prenderla non mi sembra troppo saggio...”
D.: “Prima le signore…”
Eroe: “No, zoticone! In queste bettole poco raccomandabili deve entrare prima l’uomo per vedere che la situazione sia passabile per la presenza della signora…”
“Bettola? Adesso, non ti pare di esagerare?”
“Un tantino… allora, andiamo…”
E varcano la soglia del tetro e fumoso Irish Pub.
Posa il cellulare vicino al notebook e si getta sull’insalatona. La spazzola in pochi minuti, mentre ascolta “Nitro” degli Offspring. Ha la decenza di non provare a cantarla con la bocca piena. Si limita a muovere il capo a ritmo. Sparisce anche l’ultima foglia di lattuga. L’eroe si stiracchia e si appresta a lavare bacinella e posate con il “Dixan piatti gel all’aranciaesaliminerali” che (sostiene): “Risveglia i tuoi sensi ogni volta che lavi i piatti”. Il nostro osserva la scritta con sguardo privo di espressione, prima di lasciarsi andare ad uno strascicato (e quanto mai significativo) “Dio caro…”. Altro stiracchiamento delle stanche membra. Poi il paladino guarda l’orario sullo schermo del computer: 20.36 e quaranta secondi. Fuori è buio da un pezzo. E sembra proprio che, nonostante il bel tempo del pomeriggio, si stia preparando a piovere. L’eroe si appresta dunque al rituale della vestizione.
E là in mezzo si vestiva adunque il divino campione;
indossò un paio di jeans dall’elettrico bagliore blu notte,
che la Levi’s gli aveva fabbricato con arte.
Prima si mise alle gambe i pedalini eleganti,
e se li sistemava con mossa regale ed impaziente.
Poi vestì un’aranciata maglietta rifulgente,
che mandava uno scintillio di stelle;
si mise quindi una felpa ben fatta, dai vari fregi;
inestimabile dono di un immortale benigno.
Calzò dunque le Etnies Arto Saari dall’oscuro disegno ,
e le allacciò con nastri argentei, il prode dal piede veloce.
Affibbiò poscia la cintura dalla squisita fattura,
e prese infine la giacca morbida pelle.
A posto. No. Portafoglio. Cellulare. Si lava i dentini. Stavolta è veramente pronto. Chiude le ante delle finestre… “cazzo, piove! Ma che balle…”. Esce dall’appartamento, al suono di “I’ll take the Rain” dei R.E.M.
Camera che indugia sulla mano del protagonista, che al buio del pianerottolo tenta di infilare la chiave nella serratura. Alle tante la manovra riesce. Doppia mandata. Scende gli scalini con cautela, dato che, non si sa per quale strana ragione, non ha acceso la luce delle scale. Riesce nell’impresa di non spezzarsi l’osso del collo. Portone. Fuori, sotto una pioggerellina insistente e fastidiosa. Il nostro però, pur sapendo perfettamente che il cielo non era esattamente sgombro, ha scelto di non portarsi appresso l’ombrellino pieghevole. Che segno di virilità! La verità è che, seguendo il suo ragionamento contorto: “ci sono buone probabilità che smetta di piovere. Comunque non sta affatto piovendo forte, sono solo due gocce. In più, è estremamente scomodo portarsi un ombrello quando è possibile che si debba fare un giro dei bar. Si sa, quando pioviggina l’ombrello si bagna. Poi smette di piovere, ma il tessuto ci mette parecchio ad asciugarsi, e quindi si deve star lì, nel locale, portandosi dietro questo coso sgocciolante…”. Ah, che saggezza! Prendere l’acqua pur di non avere la seccatura di un piccolo ombrellino. Ma si sa, ognuno ha le sue fisse e le sue peculiarità… Riprendiamo la narrazione. Il nostro si stringe nelle spalle, infila le mani nelle tasche, e per l’ennesima volta prende la via che lo porterà, dopo aver svoltato a destra al primo incrocio, al ponte. Da qui raggiungerà piazza “…”, punto di ritrovo fissato con gli altri. Previsione: circa venticinque minuti. Dato che mancano alcuni minuti alle 21.00, il condottiero dovrebbe giungere al luogo del rendez-vous con una decina di minuti d’anticipo. È meraviglioso notare come il valoroso sfrutti qualunque balcone, grondaia, sottotetto, per ripararsi dalla pioggia. Sembra un commandos addestrato a riconoscere istantaneamente il terreno circostante per poterlo sfruttare al meglio. Tutto per non prendere un ombrello. Che uomo tenace e testardo! Per strada incontra pochissimi passanti. Non se ne meraviglia: non è più estate, è Lunedì, e c’è un tempo da lupi. Comincia a chiedersi se riusciranno a trovare un locale aperto senza dover girare per la città tutta la sera. “Sì, diamine!” sussurra tra sé e sé per rendere veritiera la sua affermazione. Ponte. Il fiume che scorre è nero, cupo, senza alcun riflesso proveniente dalla luna (nascosta dalle nubi). Canzone: “Marquee Moon” dei Television. Stranamente questo non rattrista minimamente il meteoropatico condottiero che, guarda che strano, ha la testa da un’altra parte… Imbocca l’ultima via prima della piazza. Sulla sinistra vede due pub aperti: “Bene…” mormora sollevato. “A posto!”. Dalla porta spalancata di uno dei due, proviene “The Irish Rover” dei Dubliners. Il nostro si mette a fischiettare sommessamente la melodia. Eccolo mentre sbuca nel grande spiazzo antistante al municipio. Volta leggermente a destra. Si avvicina alla fontana centrale. Ha la fortuna di potersi sedere su una panchina asciutta riparata da un abete, ad aspettare gli altri (naturalmente è in anticipo… di otto minuti venticinque secondi, per la precisione). L’eroe si rilassa e si guarda attorno: quasi nessuno. Un paio di persone che parlano uno strano idioma dall’altra parte della piazzetta interna, al centro della quale si trova la fontana. “Pachistani?...” prova ad indovinare il nostro. “O dallo Sri Lanka?... boh?”. La questione non pare appassionarlo. Chi altro? Una coppietta ridente passa davanti al nostro. Lei una ragazza abbastanza carina, dai tratti fini, lui un tamarrone con una risata che pare di ascoltare un asino ragliante. Il nostro non può impedire che un sorrisetto ironico gli crei delle fossette accanto al margine sinistro della bocca. “Tutto regolare” gli viene da pensare. Guarda il cellulare. Mancano ancora alcuni minuti. D. dovrebbe essere puntuale, L. leggermente in ritardo, e J. parecchio in ritardo… sempre stando alla normalità. Dall’altra parte della piazza, nel vialone, passa piano una volante della polizia. Il nostro la osserva sparire nella curva accanto al municipio. Inquadratura circolare della piazza. “Patience” dei Guns ‘N’ Roses in sottofondo. Ancora un paio di minuti di noia, poi il valoroso scorge una figura che si avvicina. ”D…” pensa. Infatti.